Avere coraggio di innovare

4 years ago

coraggio di cambiareNon bisogna cambiare. Il cambiamento non è un’eventualità, ma un dato di fatto: le cose cambiano comunque, ogni giorno, costantemente, che lo si voglia o no. Ciò che si deve fare, e che si può fare, è guidare e gestire il cambiamento, nostro e del nostro ambiente.

Il sistema economico, politico e sociale che ha prevalso nell’ultimo secolo si è rivelato difettoso e fragile, e sta cambiando. Che ci piaccia o no. Ma se vogliamo un futuro in cui investire, è fondamentale occuparci di questo cambiamento senza arroccarsi nel tentativo, vano, di restare come si era.

Non è facile, certo. E, in mancanza di un progetto complessivo, si deve partire dalle piccole cose. Si tratta di mettere a posto un tassello alla volta; di individuare e risolvere i problemi sfruttando ogni potenzialità ed ogni risorsa del nostro patrimonio sociale, oggi così connesso e interdipendente. Insomma, si tratta di provare a generare innovazione sociale non dimenticando però di promuovere e sostenere quella già esiste intorno a noi.

Il Performance Management System della Toyota si basa sull’idea che i lavoratori sappiano individuare le innovazioni potenziali meglio dei manager e del personale esterno all’azienda. Così, attraverso gruppi di dibattito composti da chi lavora in “prima linea”, si favorisce la generazione di idee per migliorare la produzione e l’ambiente di lavoro.

Ma questa unione di menti ed esperienze a scopo creativo e innovativo è vincente sia in una grande azienda, sia quando a incontrarsi sono professionisti di diversi settori. Un ottimo esempio è quello del BarCamp. Nato a Palo Alto nel 2005, il BarCamp è una user generated un-conference che sta rivoluzionando il modo di produrre, condividere e diffondere idee e conoscenza. È user generated perché ogni singolo aspetto del BarCamp proviene dal contributo dei suoi partecipanti, ed è un’un-conference perché ha un andamento fluido e flessibile, e una struttura innovativa che supera la tradizionale divisione tra relatori e spettatori. Proprio ItaliaCamp l’ha introdotto nel nostro Paese e da allora i BarCamp sono stati un eccezionale modello per promuovere l’innovazione sociale.

In questo contesto, l’aggettivo “sociale” è ambivalente perché una buona innovazione sociale è, talvolta, una parabola: è social, parte dal basso, ideata, individuata e condivisa dalla nostra intelligenza collettiva, poi emerge e si arrampica fino ad arrivare agli amministratori, ai politici, ai rappresentanti del mondo culturale e del terzo settore che la adottano affinché porti benefici all’intera società, la stessa dalla quale è nata.

Inizialmente, per innovare, si devono identificare accuratamente le criticità. Farsi la giusta domanda è il primo passo verso la soluzione. Il secondo passo è trovare la risposta giusta, la giusta idea. Sappiamo che l’innovazione non avviene per caso. Nel mondo delle imprese si sono già affermate diverse strategie per favorire la nascita di idee innovative, ma il problema è il settore pubblico: nonostante si parli sempre più spesso della necessità di essere innovativi, lo status quo è ancora pervicacemente la regola. La politica, gli amministratori, i decision makers non sono ancora perfettamente a conoscenza dei tanti strumenti a loro disposizione per accelerare lo sviluppo e la diffusione di idee innovative, né di quanto queste idee possano essere volano di cambiamento e benessere. L’innovazione ha bisogno quindi di entrare nei budget del settore pubblico e di radicarsi nella nostra cultura politica. È una sfida cruciale, che coinvolge non solo le policies, ma anche il tessuto culturale: è ormai appurato, infatti, che dove c’è più cultura, c’è più innovazione.

La maggior parte dei problemi è già stata risolta da qualcuno, da qualche parte”, ha detto una volta Bill Clinton. Uno degli obiettivi dei prossimi anni è certamente quello di annullare lo spazio e il tempo che nascondono queste soluzioni, e condividerle. Oggi la tecnologia ce lo consente, in futuro sarà ancora più semplice e, a un certo punto, inevitabile.

L’Italia, si sa, di problemi ne ha tanti e, se comparata con alcuni Paesi occidentali, il gap di innovazione è oggettivo e ci fa temere di restare indietro ancora per molto. Eppure sul sito della Social Innovation Europe initiative si legge che “l’innovazione sociale, in Italia, ha un ventaglio di opportunità molto interessante, proprio in ragione delle numerose sfide sociali che sono di fronte agli innovatori.”

A tal proposito: se per noi italiani l’immigrazione e, in particolare, l’integrazione degli stranieri nel tessuto sociale sono questioni molto delicate, un’eccellente risposta – tra le vincitrici del concorso La tua Idea per il Paese, promosso da ItaliaCamp – è quella del welcome banking, un progetto diretto ai migranti e a tutti i soggetti che non hanno accesso ai servizi bancari per ragioni culturali e socio-demografiche, ai quali, tramite centri interculturali di mediazione finanziaria e creditizia, si vuol garantire formazione, informazione e un costante monitoraggio amministrativo-consulenziale (anche post-erogazione del credito), coinvolgendo pure le associazioni di categoria e dei migranti stessi. Un’idea di larga veduta che si occupa di un problema del nostro tempo e offre la prospettiva di un l’Italia più aperta al suo futuro.
Innovare si può e si deve, dunque. Ma c’è da fare di più. C’è da abituarsi all’idea che farlo sia normale. Abituarsi a una società creativa e coraggiosa, che sappia pescare al proprio interno le idee meritevoli di essere realizzate. Una società in grado di migliorarsi costantemente, in cui l’innovazione è la regola, e non un’eccezione alla quale aggrapparsi in tempi difficili.

Troppo spesso l’Italia ha scelto la visione miope dell’immediato e raramente ha guardato al suo futuro con la lente del lungo periodo. Scegliere di farlo oggi, durante una crisi sistemica senza precedenti, può sembrare un azzardo ma tant’è, anche l’etimologia ci suggerisce che la crisi è opportunità: c’è da invertire una tendenza storica, c’è da produrre uno sforzo molto significativo. Può sembrare anomalo, ma questa è la strada più sicura.

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